Quando il corpo pensa meglio della mente – ricerche e spunti pratici

intelligenze multiple

Quando il corpo pensa meglio della mente – ricerche e spunti pratici

A volte troppa concentrazione peggiora le nostre performance. Lo sa bene chi inizia a pensare troppo prima o durante un’esame, un discorso in pubblico, un concerto o una partita sportiva.

memoria network corpoNon si tratta solo di un cortocircuito della mente, ma di un fenomeno più complesso. In alcuni casi la mente impedisce al corpo di usare altre forme di intelligenza. In altre situazioni il corpo può potenziare le abilità mentali meglio di qualsiasi sforzo cognitivo o atto di volontà. Ci sono numerose ricerche scientifiche che studiano questi fenomeni e che ne hanno identificato e confermato i processi.

Vediamo qualche esempio pratico per capire questi meccanismi e trovare spunti interessanti per le nostre piccole o grandi sfide quotidiane.

Fare 3 minuti di attività fisica dopo aver studiato un argomento per 20 minuti aumenta mediamente del 60% la quantità di elementi ricordati. Non solo, i ricordi risultano anche più duraturi nel tempo. Questo fenomeno si spiega conoscendo la biochimica della memoria, che è legata a ormoni che l’attività fisica riporta in quantità ottimali. Viceversa lo studio e l’immobilità prolungati alterano i livelli di questi ormoni rendendoli meno efficaci nella loro funzione a servizio della memoria. La cosa interessante è che i tre minuti possono essere sia di attività intensa (fare le flessioni) ma anche moderata (camminare a ritmo sostenuto o comprimere una pallina di gomma).

cervello pnei corpo apprendimentoSulla base di questi dati abbiamo proposto a un gruppo di 80 studenti universitari di cambiare le proprie abitudini e creare dei cicli di 17 minuti di studio e 3 di attività fisica. Dopo due ore veniva fatta una pausa di mezz’ora. Un gruppo di controllo di altri 80 studenti manteneva le proprie abitudini di studio (da 3 a 4 ore di studio consecutive). L’esperimento è durato tre mesi, al termine dei quali il gruppo sperimentale aveva migliorato la media dei voti scolastici, ridotto i tempi di studio e incrementato il senso di benessere (rilevato anche fisicamente con rilevamenti sul cortisolo salivare). Il gruppo di controllo aveva mantenuto tutte le caratteristiche nella media ma peggiorato (seppur mediamente nella norma) i livelli di cortisolo.

I giocatori di sport che devono prevedere dove andrà la palla (tennis, calcio, basket, baseball, ecc.) riescono a farlo in modo molto più accurato se il loro corpo è in movimento. Se gli si chiede di farlo da seduti, senza essere coinvolti, quindi in teoria con molte più risorse cognitive a disposizione, l’accuratezza delle predizioni diminuisce. Il movimento del corpo avviene intuitivamente, ma ha una specifica funzione: rendere costante la velocità della palla nel proprio campo visivo. È come se il corpo sapesse che in questo modo rende meno complesso il fenomeno da studiare e rende possibile una valutazione più accurata. Potrebbe sembrare una capacità utile solo in ambito sportivo, ma provate a pensare che cosa succede quando siamo alla guida di una macchina o della bicicletta: facciamo continuamente previsioni sui movimenti degli altri mezzi, dei passanti, sullo spazio di frenata.

Osservare i movimenti di un’altra persona attiva alcuni neuroni motori anche nell’osservatore, proprio come se il movimento dovesse farlo lui (per questo sono stati chiamati neuroni specchio). Si tratta di un meccanismo evolutivo che favorisce l’apprendimento in modo significativo. Ci sono tre implicazioni interessanti di cui tenere conto.

La prima è che i neuroni specchio tendono a farci riprodurre atti motori simili a quelli che osserviamo, per questo è importante – nel limite del possibile – osservare persone che svolgono il gesto nel modo più corretto possibile, prima che diventi un automatismo acquisito.

neurobiologia apprendimentoLa seconda è che si attivano in modo più intenso se la persona osservata è stimata ed emotivamente connessa con l’osservatore. Insomma possiamo far vedere il gesto perfetto mille volte, ma se non c’è un buon rapporto l’effetto sarà minimo. Anche in questo caso ricordiamoci che i gesti sono in qualsiasi attività, non solo nello sport: dall’articolazione di un suono in logopedia o nel canto, al gesto della scrittura nella disgrafia fino agli aggiustamenti muscolari che governano la postura.

La terza è la componente strettamente relazionale di questo fenomeno. Prevedere i movimenti altrui serve infatti anche a decifrarne l’intenzionalità. È facile capire questa correlazione se si torna alla sua origine nel mondo dei mammiferi: il fatto che l’altro si avvicini o si allontani, che il movimento della zampa o della testa possa terminare con un’aggressione o un atto di cura implica la differenza tra la vita e la morte. In una ricerca abbiamo chiesto a un gruppo di 120 persone di osservare un filmato di un dialogo tra due persone e, al termine, di provare a ipotizzarne le reali motivazioni e che cosa avrebbero fatto successivamente. Ad altre 120 persone abbiamo fatto la stessa richiesta, ma hanno sentito solo l’audio dello stesso dialogo. Le ipotesi e e le previsioni del primo gruppo sono state del tre volte più accurate rispetto al secondo.

In questo articolo abbiamo preso in considerazione solo alcuni casi e sottocasi che dimostrano quanto il corpo svolga un ruolo fondamentale anche per il nostro pensiero. Ci sono tantissimi altri ambiti in cui questo legame è dimostrato e può essere utilizzato in modo efficace:

  • per regolare le emozioni in modo istantaneo,
  • per apprendere a modularle diversamente in base alla funzione,
  • per superare schemi mentali e comportamentali diventati troppo rigidi,
  • per aiutare i bambini che fanno fatica a concentrarsi,
  • per integrare alcune informazioni escluse dai processi di elaborazione,
  • per rimettere in fisiologia i processi che portano alla somatizzazione,
  • per integrare elementi “separati” da un evento traumatico,
  • e tanti altri.

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