I traumi di tutti – Come le esperienze avverse alterano risposte emotive, sicurezza, valutazione e favoriscono dipendenze fisiche ed affettive

Articolo a cura di Fabio Sinibaldi e Sara Achilli.

Il precedente articolo sugli effetti di traumi (nel senso più ampio del termine), stress e deprivazioni affettive a livello di epigenetica, emozionicervello e altre strutture e funzioni ha riscosso un grande successo. Sapevamo di andare a toccare un tema di attualità e interesse, ma non immaginavamo una risposta così accorata. Siamo molto contenti perché si tratta di temi che studiamo con passione da anni e che sono al centro del nostro lavoro quotidiano, ci fa piacere che ci sia un’intera comunità professionale che si muove nella stessa direzione.  Il primo giorno in cui è uscito l’articolo è stato letto più di 5.000 volte, in due giorni è arrivato a 12.000 e così via per parecchi giorni. I feedback positivi e le richieste di approfondimento ci hanno spinti a riprendere il tema per approfondire alcuni argomenti appena accennati in quella sede e chiarire alcuni punti più rilevanti. Vista la complessità dell’argomento questo è il primo di tre articoli, gli altri arriveranno a breve.

Il concetto di ACEs (e di AEs)

Adverse Childhood ExperiencesSi tratta di una sigla che sta per Adverse Childhood Experiences, ovvero “esperienze avverse durante l’infanzia” (ma come vedremo più avanti è possibile estendere il concetto anche a fasi successive della vita). Un termine coniato da Felitti e Anda per includere diverse situazioni “forti” che possono avvenire durante le fasi di sviluppo come abusi fisici, emotivi e sessuali; deprivazioni fisiche ed emotive; avere i genitori tossicomani, mentalmente instabili, incarcerati; separazione o divorzio dei genitori; assistere a violenze domestiche, ecc.

La prima cosa sorprendente che emerge dalla ricerca di Felitti e Anda è che più del 65% della popolazione ha avuto almeno un ACE durante la propria infanzia. Circa il 12,5% (ovvero una persona su otto) ne ha avuti quattro o più.

La seconda rilevazione interessante è che, a parità di altre condizioni, il numero di ACEs vissuti è direttamente proporzionale al rischio di sviluppare malattie mentali e fisiche. Per fare qualche esempio: una persona che ha vissuto quattro o più ACEs corre il rischio di sviluppare epatite 2,5 volte più facilmente di una persona con ACEs zero, 3,5 volte il rischio di sviluppare tumore ai polmoni o un’ischemia al cuore. Questi numeri salgono ancora rispetto al rischio di sviluppare depressione cinque volte più facilmente e di suicidarsi dodici volte maggiore rispetto ad individui che non hanno vissuto ACEs.

La lettura a valore aggiunto

Nervous systemQualcuno potrebbe banalizzare i dati appena visti dicendo che “sono solo correlazioni statistiche”. Ma quando le percentuali sono alte i numeri hanno sempre un senso, dipende dalla qualità della lettura scientifica. Oggi, per fortuna, le scienze che studiano i fenomeni di connessione tra fenomeni mentali, emotivi e fisici sono molto avanzate. Anche le scienze che studiano lo sviluppo del sistema nervoso e del corpo rispetto agli stimoli esterni (ambientali e relazionali) hanno fatto grandi passi in avanti.

Rileggendo i dati sugli ACEs alla luce di queste conoscenze scientifiche ed altre importanti discipline (come i più recenti sviluppo dell’evoluzionismo, l’etologia, la neurobiologia interpersonale, ecc.) è possibile chiarire il quadro in modo molto efficace e con spunti veramente interessanti.

Vivere un ACE durante l’infanzia modifica letteralmente lo sviluppo delle strutture e delle funzioni di tutto il nostro organismo. Tra poco ne vedremo alcune. Altre le abbiamo già analizzate nel precedente articolo.

Un fenomeno che riguarda (quasi) tutti

Quando si parla di ACEs sembra che ci si riferisca solo a bambini estremamente sfortunati, a casi estremi. Spesso questo è vero, purtroppo, soprattutto quando gli ACEs sono più di quattro. Questi bambini hanno diritto a tutta la nostra comprensione e a tutti gli sforzi possibili per aiutarli. Vorrei, tuttavia, portare la vostra attenzione sull’estremo opposto. Quanti di voi possono dire di non aver vissuto nemmeno un ACE nella vita? Una grave incomprensione connotata da un forte senso di ingiustizia che è durata per qualche settimana o mese, un atto di bullismo che all’epoca è passato inosservato, genitori o altre figure di riferimento che erano imprevedibili nelle loro reazioni o che vi sgridavano senza voler capire che cosa era successo veramente… Con la giusta intensità e durata possono essere tutti stati ACEs. Anche se sono successi quando eravamo adolescenti o adulti. In questi casi magari la modificazione strutturale ai nostri organi sarà stata minore, perché erano ormai sviluppati, ma ci può essere stata comunque in misura ridotta. Sicuramente potremo riscontrare un’alterazione funzionale.

Si parla di Adverse Childhood Experiences, ma sarebbe opportuno parlare di Adverse Experiences (AEs) per tutte le età, utilizzando il termine Childhood per sottolineare la maggior gravità di quando avvengono durante l’infanzia.

Vediamo ora altre implicazioni (oltre a quelle già viste nel precedente articolo), focalizzandoci in particolare sulle risposte emotive e i loro correlati in termini di capacità di valutazione, controllo e dipendenza.

Seguiranno nei prossimi giorni altri articoli dedicati al rapporto tra cervello e sistema immunitario e alle implicazioni a livello corporeo, cognitivo, di memoria, di umore e personalità.

Emozioni, Valutazione, Sicurezza e Recupero

Parts of BrainPer quanto riguarda le emozioni sono molti i livelli a cui forti stress, traumi o deprivazioni possono portare modificazioni.

La corteccia cingolata anteriore (ACC) altera la sua capacità di mandare segnali precisi al lobo frontale. Queste comunicazioni imprecise a livello neurologico portano a valutazioni e interpretazioni involontarie scorrette rispetto al mondo che ci circonda. Queste valutazioni non appropriate possono innescare, di conseguenza, emozioni non adeguate alla situazione di partenza. Per questo motivo, al fine di ripristinare un processo corretto, sarà fondamentale esercitare inizialmente una valutazione volontaria accurata degli stimoli iniziali al sorgere di ogni nuova emozione. Inoltre sarà utile regolare e riportare in fisiologia il funzionamento di ACC attraverso attività di neuro-modulazione come meditazione, mindfulness, regolazione del respiro, utilizzo di stimoli sensoriali come musica e luce, attività psico-motoria controllata complessa (dalla psico-motricità all’apprendimento di nuove abilità manuali).

L’amigdala è responsabile di diverse attività relative alle emozioni. Tra queste l’identificazione di stimoli pericolosi per la nostra sopravvivenza e il collegamento tra ricordi ed emozioni. A seguito di ACEs l’amigdala rimane iperattivata, ricercando e identificando pericoli ritenuti vitali ovunque, anche quando non lo sono. Questo porta ad uno snervante stato di allerta continuo e alla rivalutazione indiretta (e scorretta nei suoi fondamenti) di non poter affrontare un mondo così, dove ci saranno sempre più pericoli delle risorse a disposizione per affrontarli. Allo scopo di ristabilire un corretto funzionamento può essere utile un lavoro cognitivo di rivalutazione, ma è anche necessario agire a monte sul processo percettivo, sulla riduzione degli stimoli in ingresso (anche il semplice overload di informazioni mentali, apparentemente innocue), la creazione e sperimentazione di nuove situazioni di sicurezza e padronanza (ad esempio attraverso un processo di Rimodulazione dei diversi livelli di attivazione e della coerenza tra situazione-reazione-funzione-evoluzione, quello che facciamo nella Fase 6 del Protocollo per le Emozioni), meglio se con una forte componente fisica soggettiva, la possibilità di identificare almeno una figura – anche solo parziale e  contestualizzata – in cui riporre fiducia.

Quando siamo di fronte a un pericolo si attiva l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene. Quando questo succede perché siamo di fronte a un reale pericolo, ad esempio una macchina che sta per investirci, il funzionamento di questo asse ci salva la vita. Dalla percezione del pericolo queste ghiandole si passano in pochi millisecondi il messaggio e il risultato è l’attivazione del nostro corpo per combattere o scappare. Con il cuore che batte forte e il respiro aumentato possiamo avere le energie e i riflessi per salvarci la vita. Se questo succede ogni tanto, come accade in natura per tutti i mammiferi dotati di questo meccanismo, il suo funzionamento è ottimale e il nostro organismo ha dei tempi di recupero adeguati per riprendersi da questa iperattivazione. Se invece questo stress si ripete spesso, quotidianamente, il corpo rimane per un lungo periodo in condizioni non fisiologiche, alterando gli organi e il loro funzionamento, tarando i parametri ottimali di neurotrasmettitori, ormoni e altri elementi vitali di regolazione. Per i bambini questo ha un significato ulteriori, visto che queste strutture e funzioni sono ancora in fase di sviluppo. Oltre ad ogni sforzo per evitare certi stress ed eventi traumatici diventa quindi fondamentale mettere la mente e il corpo in grado di avere tempi di recupero adeguati. Abbiamo sviluppato il concetto di Buffer Emotivo per sottolineare l’importanza di questo concetto: il buffer è una sorta di filtro che evita sovraccarichi, così come mancanze prolungate, in entrata. È quello che fa il sifone messo prima di una caldaia, evitando che la pressione dell’acqua sia troppo forte e la danneggi, ma anche permettendo di avere una riserva quando l’acqua viene a mancare. L’abbandono totale dei muscoli (soprattutto quelli posturali e quelli legati alle protezione dai pericoli) e la stimolazione sensoriale naturale (ad esempio con la luce naturale e senza focalizzare lo sguardo in un punto fisso) sono due tra i fattori di efficacia dei momenti di buffer emotivo.

Controllo, dipendenza fisica ed emotiva

Desperate man abusing alcoholA livello del sistema nervoso è dimostrato che viene alterato il Nucleus Accumbens, il centro del piacere e delle ricompense che è direttamente collegato con la tendenza a dipendere da sostanze. Il NA ha un ruolo centrale nel mediare l’effetto gratificante dell’alcol o di altre sostanze e un suo malfunzionamento porta a cercare “scorciatoie” esterne per provare il senso di gratifica. Si tratta di un meccanismo complesso, ma qui possiamo isolare due concetti importanti per le possibilità di recupero che questo sistema prevede.

Il primo si basa sul meccanismo indiretto dopaminergico, che prevede che sia più stimolante l’aspettativa della gratificazione per mobilitare il rilascio di dopamina che non la fruizione della gratificazione stessa. Per questo sarà fondamentale lavorare sull’aspettativa, la sua mentalizzazione, la modulazione dell’attesa e l’equilibrio attivo-passivo nella gratificazione.

Il secondo elemento importante riguarda la naturale produzione di oppiodi interni che le cure materne, in particolare il contatto fisico di carezze affettuose e abbracci rassicuranti, sono in grado di mobilitare. In questo modo il sistema “impara” a trovare gratificazioni e conforto nella relazione, nel contatto e nella fisicità in generale. Inoltre si regola su oscillazioni fisiologiche che permettono di tollerare un po’ di frustrazione, aspettare confidenti nella fine della fatica emotiva e/o ad attivarsi per trovare modalità per aver sollievo in modi costruttivi da soli o con gli altri. Se questa fase di sviluppo è mancata è fondamentale poterne rivivere le caratteristiche centrali in modo esperienziale, così da poter apprendere a livello profondo e non solo comprendere in modo cognitivo.

Queste nuove modalità possono essere sviluppate in diversi modi: nella relazione terapeutica, attraverso attività di gratificazione corporea, utilizzando in modo costruttivo la dimensione relazionale presente, agendo su tutti i 3 fattori alla base da creazione o cambiamento di comportamenti e abitudini, trasformando il piacere esterno in qualcosa di attivo e con alimenti o bevande senza effetti collaterali, con attività in cui c’è un ritmo gratificante e l’attesa è a sua volta piacevole, come in certi sport o attività produttive o artistiche.

Nei prossimi articoli approfondiremo le memorie traumatiche del corpo e nel corpo, il rapporto tra cervello e sistema immunitario, i collegamenti con la memoria, i comportamenti e la personalità. Se non vuoi perdere gli aggiornamenti iscriviti alla newsletter e seguici su Facebook o Twitter!

 

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