Pensare e comunicare attraverso il corpo: 3 applicazioni pratiche

Articolo a cura di Fabio Sinibaldi e Sara Achilli

Dalle terapie verbali a quelle integrative

Gli approcci di cura e cambiamento basati solo sulle parole e sul pensiero verbale possono agire in modo indiretto su alcune parti emotive e ancestrali, sui collegamenti con la memoria del corpo (che gioca un ruolo fondamentale non solo in caso di trauma, ma anche stress, deprivazione affettive e altre condizioni) o altri aspetti non immediatamente verbalizzati e verbalizzabili.

Le sole parole non possono integrare in modo completo e profondo elementi “disorganizzati” come sensazioni, movimenti, schemi d’azione, percezioni sensoriali.

Per questo motivo anche gli approcci più ortodossi hanno introdotto modalità alternative come l’utilizzo dei sogni, l’ipnosi o le prescrizioni, gli home-work sperimentali, che possono andare a toccare certi aspetti in modo più immediato, anche se non ancora pienamente diretto. Così si cominciano ad integrare efficacemente elementi rimasti bloccati o inespressi a livello motorio e sensoriale (ricordiamoci che una forte componente di ogni emozione è strettamente legata a questi due aspetti – per approfondimenti vedi gli articoli precedenti e i video tratti da Brain Networks).

Che si tratti di un trauma, di una deprivazione infantile o di una modalità disfunzionale che si ripete nel tempo nel modo di soddisfare i propri Bisogni Ancestrali, esprimere le proprie emozioni, vivere le relazioni, usare il pensiero, in tutti questi casi i processi di funzionamento di mente e corpo non sono più fisiologici e si innescano alterazioni a tutti i livelli.

Si modificano completamente anche il sistema nervoso e quello ormonale, i pensieri, le sensazioni e le emozioni non vengono più processate e integrate correttamente in un quadro complessivo.

Questi elementi non “metabolizzati” correttamente lasciano effetti (ad esempio ipo- o iper-attivazione) in diverse aree sottocorticali (amigdala, talamo e ipotalamo, tronco encefalico), che sono difficilmente raggiungibili e modificabili dall’azione del pensiero logico, che passa primariamente dai lobi frontali.

Siamo costruiti e progettati per usare corpo e mente insieme

Come abbiamo visto in molti degli articoli e webinar precedenti, gli animali hanno sistemi che partono dal corpo per riparare e riportare in fisiologia il corpo stesso, le funzioni mentali e quelle emotive.

Anche dallo studio neurobiologico dell’uomo appare evidente che i processi riparativi fisiologici avvengono primariamente dal corpo alla mente e, solo in misura ridotta, nella direzione opposta.

Per questo motivo è importante attivare e regolare le funzioni corporee, al fine di favorire il cambiamento o la guarigione.

Il primo modo per farlo prevede che le persone ricomincino a sentire il proprio corpo, le sue sensazioni, i suoi segnali, avendo la sensazione di essere un tutt’uno in armonia con le sue funzioni vitali, percettive e motorie. Vedremo tra poco altre modalità per ottenere questi e altri livelli di integrazioni.

terapie corporee

Siamo partiti dalle caratteristiche delle terapie verbali e delle sue evoluzioni. D’altra parte esistono discipline non mentali che accedono molto bene al sensomotorio, alle immagini (corporee e non), alla consapevolezza intesa come senso e ad altri aspetti preverbali. Si tratta del teatro, dello yoga, del tai chi, ecc., che sono ottime discipline, ma a cui spesso mancano di un’integrazione con la parte logica-verbale adeguata ai fini terapeutici o di sviluppo.

A questo punto dobbiamo comprendere come favorire questa integrazione e che strumenti abbiamo a disposizione.

Rispetto alle discipline mentale e a quelle corporee abbiamo due possibilità:

  1. invitando le persone a seguire entrambi i percorsi;
  2. creando professionisti con una formazione principale in uno dei due aspetti, ma con una conoscenza di base e che propongono almeno qualche esercizio o pratica dell’altro approccio nel loro percorso professionale.

Esiste una terza possibilità: conoscere e applicare le tecniche e le strategie sviluppate appositamente per favorire questa integrazione. Ovviamente un’opzione non esclude l’altra, anzi si possono solo rinforzare a vicenda.

Noi di Real Way of Life ci concentriamo sull’opzione numero tre perché è il fulcro del nostro lavoro, ma siamo i primi ad invitare le persone a sperimentare le altre modalità o a ricevere con piacere tra i nostri corsisti psicoterapeuti o counselor così come maestri di yoga e di discipline orientali che desiderano ampliare gli strumenti a loro disposizione.

Tecniche per integrare

Gli approcci che per primi si sono occupati di favorire questo tipo d’integrazione hanno sviluppato diverse tecniche. Le principali si basano sul portare l’attenzione sui vissuti emotivi e corporei mentre si rivive – attraverso differenti espedienti e modalità – facendo richieste del tipo “cosa senti”, “dove lo senti”, “cosa succede al tuo corpo quando dici/pensi questo”, ecc.

In altri casi si interagisce fisicamente con il paziente per portare ad attivare risposte fisiche ed emotive intense e coerenti con la situazione affrontata. Si tratta di tecniche interessanti e applicabili con buona efficacia soprattutto in situazioni traumatiche (Gli autori di riferimento sono B. Van der Kolk e P. Ogden).

Il nostro lavoro si è focalizzato sullo sviluppo di altre tecniche integrative in modo da poter ampliare le possibilità e le modalità di applicazione. Inoltre concentriamo i nostri sforzi nella creazione di tecniche e modelli flessibili, che possano supportare in modo trasversale i professioni di diversi settori, dall’educazione allo sviluppo, dal benessere alla cura, supportando e integrando le loro abilità e competenze professionali specifiche. 

Si tratta di tecniche strutturate, in cui sono presenti molte variabili in gioco e possibilità alternative. Vediamo ora una di queste tecniche (con 3 specifiche sotto-varianti) con cui è possibile creare e sviluppare integrazione. 

Tecnica – Il dialogo corporeo

Si tratta di far dialogare i corpi di due persone invece che le loro voci. Può essere realizzata in diversi modi.

Vediamo di seguito i 3 principali

Un primo modo riguarda la possibilità di comprendere i bisogni e le intenzioni dell’altro solo tramite il suo corpo e di rispondere con il proprio. Attenzione, non stiamo parlando di comunicazione non verbale, ma piuttosto di due cose diverse:

  1. le sensazioni che il corpo e gli atteggiamenti degli altri generano in noi;
  2. quanto siamo consapevoli di come usiamo il nostro corpo, di come reagisce a sensazioni, pensieri, emozioni – che partano da noi o dall’altro – di quanto il nostro corpo stesso sia generatore di sensazioni, pensieri ed emozioni.

L’obiettivo primario di questa attività non è necessariamente la maggior comprensione dell’altro, cosa che comunque spesso migliora di conseguenza, ma la possibilità di creare situazioni in cui integrare meglio corpo, sensazioni, emozioni e pensieri in un contesto privo di parole, quindi più simile a quello originario della fase evolutiva delle nostre relazioni sociali.

Inoltre si tratta di una situazione che, essendo senza dialogo verbale, rimane libera da giustificazioni, alibi, suggestioni che – generalmente – ci distaccano dalle reali sensazioni ed emozioni primarie.

Un secondo modo per mettere in atto il dialogo corporeo è quello di sentire l’intenzionalità e lo stato di attivazione altrui attraverso il contatto fisico. È quello che naturalmente succede in coppie di ballerini affiatati, ma anche negli atleti degli sport di contatto (dal judo al rugby). Tali attività rappresentano un modo elettivo per sviluppare questo tipo di integrazione – solo se i miei diversi livelli sono integrati posso leggere e reagire correttamente a quelli altrui – ma si possono ricreare situazioni analoghe isolandone i principi.

Un modo può essere quello di mettersi uno di fronte all’altro appoggiare il palmo della propria mano contro quello dell’altro (senza afferrarlo, solo appoggiando). A questo punto i due devono muovere la mano nello spazio, alternando momenti in cui uno guida e l’altro segue.

Quello che segue ha l’obiettivo di farlo in modo fluido e di non cambiare il tipo di contatto e di pressione tra le due mani (una volta potrebbero appoggiare sia dita che palmo molto leggermente, la volta dopo solo le punte delle dita con una discreta pressione, ecc.).

Dopo un po’ di esercizio i due devono riuscire a scambiare il ruolo di chi guida senza dirselo verbalmente e rimanendo in piena sintonia. Si tratta di una tecnica molto flessibile, ne abbiamo visto un esempio, ma può essere declinata in decine di varianti.

Un terzo modo trova origine in alcuni comportamenti evolutivi tipici dei mammiferi (si veda il concetto di Bisogni Ancestrali), come l’atto di strofinare il muso contro un altro muso o il corpo tipico di cani e gatti, ma visibile anche nei bambini sotto i due anni. È il caso anche delle “spallate” che gli animali si cambiano nei rituali per sfidarsi in modo giocoso o per stabilire i ranghi di dominanza.

Questi atti si ritrovano facilmente anche nei nostri adolescenti, che si urtano spalla contro spalla o petto contro petto come gioco sfidante o di potere durante giochi, sport o concerti.

Diventando adulti perdiamo questi comportamenti, ne dimentichiamo – almeno come memoria consapevole – il significato originario, ma in realtà conserviamo in parte questa consapevolezza a livello corporeo, infatti viviamo come grave invasione se uno per strada ci urta con una spallata. Questa cosa ci fa arrabbiare immediatamente, a riprova dell’alto livello di minaccia percepita.

Anche in questo caso la conoscenza di questo meccanismo può essere usata attivamente a nostro vantaggio, permettendoci di “giocare” e “modulare” su questo tipo di contatti, con il valore aggiunto di integrare l’elaborazione di pensieri, emozioni e dinamiche relazionali che si attivano o disinnescano in diversi momenti.



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