Il test del battito di mani: 3 valutazioni e dimostrazioni pratiche

Articolo a cura di Fabio Sinibaldi e Sara Achilli

PROVA A BATTERE LE MANI

Come se dovessi fare un applauso.

Così:

L’unica differenza è che, quando le mani si toccano, ti chiedo di fermarti in quella posizione.

Si tratta di un test interessante, che abbiamo sviluppato e affinato nel  corso del tempo. Personalmente lo utilizzo spesso, sia nelle sedute individuali che durante i corsi di formazione.

Ci permette, infatti, di approfondire in modo pratico ed esperienziale una serie di aspetti.

Per ora non ti anticipo niente per evitare di falsare i risultati.

INIZIAMO IL TEST DI BASE

FASE 1

Batti le mani una volta, con naturalezza e ferma le mani quando si sono toccate.

Hai fatto?

FASE 2

Ok, ora riprovaci e questa volta cerca di fare un suono più bello.

Fai pure tutte le prove che vuoi.

FASE 3

Ora facciamo la prova contraria: prova a battere ancora le mani e a fare il suono più brutto che puoi.

Anche in questo caso puoi fare diverse prove ed esperimenti.

FASE 4

Ok. Eccoci. Hai fatto le tue prove?

Che differenze hai notato?

PRIME CONSIDERAZIONI

La maggior parte delle persone, per non dire tutti, rispondono alle due varianti in modo molto differente.

Quando si tratta di fare un suono più bello si impegnano subito a fare una serie di tentativi. Probabilmente anche tu hai provato a cambiare un po’ la posizione delle mani, il gesto che hai fatto e la forza che ci hai messo.

Se non hai studiato la fisica dell’acustica o non hai una particolare formazione come percussionista, i tuoi tentativi – probabilmente – non hanno avuto una direzione chiara. Eppure ci hai provato e qualche risultato interessante è comparso.

Di contro, quando si tratta di fare un suono più brutto, la maggior parte delle persone rimane spiazzata. All’inizio non sa bene come fare. Poi fa alcuni tentativi, ma senza troppa convinzione.

Anche a te è andata, più o meno, così?

ANALISI E APPROFONDIMENTI

Questo test ci porta diversi insegnamenti e spunti di riflessione, che spaziano:

  • dalla tendenza allo sviluppo o – al suo opposto – al peggioramento,
  • passando per i temi della lateralizzazione emisferica e delle connessioni neurali,
  • fino all’integrazione dei dati sensoriali nello sviluppo della consapevolezza e dell’immagine di sé.

Vediamoli di seguito uno per uno.

1. TENDENZA AL MIGLIORAMENTO E ALL’EVOLUZIONE

Il primo aspetto viene messo in luce dalla differente reazione che abbiamo tra la richiesta migliorativa (fare un suono più bello) e quella peggiorativa (fare un suono più brutto).

La maggior parte delle persone tende facilmente a cercare un cambiamento positivo, pur non avendo chiaro come farlo. In modo opposto si trova in difficoltà nel tentativo di apportare un cambiamento in direzione negativa.

È facile rileggere questa esperienza guardando agli aspetti evolutivi e neurobiologici alla base del nostro sistema di adattamento e sviluppo.

Noi siamo progettati ed evoluti per andare avanti.

Questo, di base, vuol dire vivere e sopravvivere. Ai livelli più alti di complessità, significa aumentare le possibilità, la qualità e le alternative.

A livello motorio questo è evidente anche nella camminata: abbiamo programmi innati per camminare in avanti, ma non per procedere all’indietro. Non si tratta solo di un aspetto strutturale, ma di un assetto neurobiologico di base.

Quando iniziamo a camminare, attiviamo questi meccanismi innati, ma abbiamo bisogno di esercitarli con attenzione e curiosità esplorativa.

Questo avviene anche nellapprendimento del linguaggio, dove la componente cognitiva è più rilevante, pur coinvolgendo aspetti relazionali, uditivi e motorii.

Una volta che viene raggiunta una certa soglia di esperienza, si entra nell’automatismo. Se l’automatismo è disfunzionale, sarà più difficile cambiare.

Per fortuna la conoscenza di questi meccanismi ci permette di usarli a nostro vantaggio. È possibile farlo in molti modi: agendo in modo specifico sulle singole variabili coinvolte, cambiando le soglie percettive, ridando al sistema neurale una spinta alla plasticità e altro ancora.

Tra l’altro è importante avere una chiave lettura differente rispetto a quelle persone che non provano neanche a cercare una modalità migliorativa, fin dal principio.

Spesso si tratta di situazioni di impotenza appresa, ovvero in cui – a seguito di una serie di frustrazioni e impossibilità di cambiare una specifica realtà – la convinzione di non essere in grado di influenzare il mondo circostante è stata estesa ad ogni altro ambito.

Ovviamente ci sono anche altri fattori indipendenti o sinergici, come le alterazioni del sistema di allerta e delle reti neurali a seguito di traumi o stress cronico, stati infiammatori di varia natura e altro ancora.

DAL BLOCCO ALL’EVOLUZIONE

Torniamo un attimo al nostro esempio e alla difficoltà di produrre un suono più brutto o, per analogia, di camminare all’indietro.

In nessuno dei due casi si tratta di un’opzione prevista perché, di base, non ha nessun vantaggio evolutivo.

Tuttavia passare per queste modalità può avere diversi vantaggi.

Il primo è che, non essendoci predisposizione e abitudine, sarà più facile riattivare attenzione, controllo e consapevolezza. Non è un caso infatti che nella riabilitazione post-operatoria, così come nel Parkinson, sia più efficace fare esercizi con movimenti nuovi e non abituali, tra cui la camminata all’indietro.

Allo stesso modo le tecniche di integrazione dal basso-verso l’alto sono particolarmente efficaci nel trattamento di disturbi post-traumatici da stress, disregolazione emotiva, iperattività, ACEs (eventi avversi in età infantile), disturbi classificati come psicosomatici e ogni altra problematica emotiva o relazionale rilevante.

Come anticipavamo, non si tratta solo di lavorare sul recupero della naturale tendenza evolutiva. Ma anche di agire sull’integrazione neurobiologica, che è fondamento per la salute fisica e mentale.

2. UNA FINESTRA SU LATERALIZZAZIONE E CONNESSIONI EMISFERICHE 

Quando facciamo il test del battito di mani è possibile esplorare tante altre dimensioni. Ad esempio il fatto che la mano sinistra si appoggi sulla destra o viceversa, indica la presenza di una chiara lateralizzazione emisferica.

In questo articolo non c’è lo spazio per entrare in tutti i dettagli, ma vi rimando ad > altri video e articoli sul nostro blog in cui approfondire i falsi miti e gli aspetti scientifici rispetto a emisfero destro e sinistro, sistema limbico e altri network cerebrali fondamentali nei meccanismi di adattamento, sviluppo e recupero.

Qui mi limito ad anticipare che è importante integrare nelle proprie conoscenze gli ultimi sviluppi della ricerca, per cui la distinzione tra cervello destro intenso come creativo e sinistro come quello logico, oppure tra i tre cervelli (rettile, mammifero e umano) necessitano oggi di essere rivisti e ampliati alla luce di nuove informazioni.

3. INTEGRAZIONE, CONSAPEVOLEZZA E IMMAGINE DI SÈ

Un’altra dimensione che possiamo approfondire con un semplice battito di mani, magari ripetendolo più volte alla ricerca di diverse sonorità, riguarda la componente sensoriale.

Le nostre mani hanno numerosi sensori specializzati nel recepire informazioni differenti, tra cui: pressione, strofinamento, calore, prurito, tensione superficiale, tensione interna, circolazione ematica, ruvidità.

Queste informazioni vengono integrate nell’insula, che come ha dimostrato bene per primo Bud Craig, svolge un ruolo centrale nei processi di adattamento, ma anche di auto-regolazione, immagine di sé, motivazione e apprendimento.

Per questo motivo l’utilizzo di tecniche che sfruttano attivamente il movimento, le contrazioni muscolari lente, quelle isometriche, il loro abbinamento per coerenza o contrasto con le fasi del respiro o con certi schemi mentali o emotivi, risulta di grande impatto nei processi di cambiamento, cura o sviluppo.

A tal proposito potete provare liberamente:

hub

 



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