IL LEONE SENZA RUGGITO - perché le persone non riescono a dire quello che vogliono | Real Way of Life

IL LEONE SENZA RUGGITO – perché le persone non riescono a dire quello che vogliono

IL LEONE SENZA RUGGITO – perché le persone non riescono a dire quello che vogliono

Linguaggio, Pensiero e Potere nelle relazioni si influenzano a vicenda

 

Ma quante volte te lo devo dire?!litigare, talking mind

Credo che questa frase sia tra le più frustranti che si possano pronunciare. Sentirsele dire non è tanto meglio. Questo succede perché si tratta di una frase che rappresenta il totale fallimento della comunicazione verbale: non basta dire una cosa perché magicamente si avveri. Tanto meno se a realizzarla deve essere un altro.

Di solito avviene un meccanismo paradossale: più si insiste con le richieste, più si diventa pressanti e fastidiosi. Ma l’irritazione momentanea dell’altro non si limita a infastidirlo temporaneamente. Nel tempo lascia un segno ben peggiore: sviluppa la sensazione (più o meno consapevole) che chi insisteva così tanto lo faceva perché poco sicuro di sé e con poca fiducia nell’altro. Questo è esattamente l’opposto di quello che serve a motivare una persona a fare qualcosa. Così lo strumento che era stato scelto per ottenere un risultato, porta esattamente al risultato contrario.

Tra l’altro questa comunicazione verbale è spesso accompagnata da un livello non verbale incoerente. Attenzione: non sto parlando di gesti, mimica e paraverbale intesi in senso classico. Mi riferisco piuttosto a quello che potremmo definire un livello non verbale di coerenza profonda.

Facciamo un esempio concreto per capirci bene.

Pensate a un capo al lavoro o a un genitore che alza la voce per imporre la propria volontà rispettivamente a un collaboratore o a un figlio. Provate a immaginare bene il tono della voce e la tensione muscolare. Che cosa trasmettono? Quasi sempre tensione, paura di aver perso il controllo, desiderio di imporsi, talvolta il timore del giudizio di chi sta assistendo o, di contro, la speranza di essere apprezzati. Come saprete bene dalle vostre esperienze personali tutto questo viene colto da chi è il destinatario della comunicazione, che tendenzialmente perde stima dell’altro e, se ubbidisce a quanto imposto, lo fa solo per paura o perché non può fare altro.

ruggito del leone
Provate ora a pensare al ruggito del leone. Che cosa trasmette? Massima sicurezza, potenza e controllo. Il leone ruggisce per consapevolezza delle proprie risorse, non per disperazione, per segnalare limiti importanti, non per ricevere ammirazione. Chi si sottomette al ruggito del leone lo fa per rispetto, altrimenti si apre una sfida alla pari.

La comunicazione verbale, dal punto di vista evolutivo, si è sviluppata per affinare ulteriormente le potenzialità di quella non verbale già presente negli altri animali. Come abbiamo visto nell’esempio precedente però non è detto che funzioni sempre meglio.

L’uomo infatti ha sviluppato uno stretto legame tra comunicazione e pensiero. Infatti possiamo dire che si pensa come si parla o, viceversa, si parla come si pensa.

Non ci interessa qui dirimere la questione uovo-gallina, ma piuttosto vedere che le due funzioni sono quasi fuse nell’uomo. Infatti se andate a vivere all’estero per un po’ iniziate a pensare nella lingua locale. Viceversa, se vi sforzate a pensare in una lingua che non è la vostra nativa, migliorerà notevolmente la vostra capacità comunicativa in quella lingua.

Ma il pensiero può avere anche altre forme che hanno caratteristiche e potenzialità ben diverse dal linguaggio. Ad esempio il linguaggio prevede una struttura seriale, mentre il pensiero visivo e immaginativo permette una visione più ampia e sistemica. Inoltre, come abbiamo visto nell’esempio di partenza, l’uomo considera che con il pensiero logico si possa risolvere tutto e, coincidendo questo con la forma del linguaggio verbale, spera con le parole di poter ottenere ciò che vuole. Ma non è così. Almeno a livello profondo. La fiducia può essere “ingannata dalla parole” ma nel tempo non dura se non è basata su altri aspetti più profondi, legati a quegli istinti da mammifero che, fortunatamente, abbiamo conservato (anche se spesso messo da parte).

Non si tratta di archiviare la comunicazione verbale, che di fatto può essere molto utile, ma di farla tornare alle sue funzioni originarie di supporto al pensiero e di scambio costruttivo con l’altro.

Per farlo è utile riportarla a un concetto di fisiologia comunicativa e delle sue interazioni con pensiero, emozioni e relazioni.

la mente che parlaPer questo motivo abbiamo creato il termine Talking Mind: la mente che parla.

Infatti studiando le differenze tra le comunicazioni costruttive e quelle disfunzionali abbiamo riscontrato ritornare sempre i criteri di naturalezza, quasi assenza di filtri (se non quelli funzionali), la tendenza a condividere più che a nascondere, una prospettiva sempre accrescitiva del confronto e delle informazioni in ingresso, l’assenza totale di manipolazione e secondi fini.

Chi comunica in questo modo rinforza l’apertura mentale, le capacità di pensiero e la consapevolezza nelle proprie risorse e la fiducia nella capacità di poter agire attivamente sul mondo circostante.

Il tema era particolarmente interessante visti i diversi livelli di azione e i vari possibili campi di applicazione.

Allora ci siamo domandati in quale comportamenti si attuasse una Talking Mind e in che modo potessero essere favoriti.

Sono emersi alcuni aspetti rilevanti:

  • Dire liberamente quello che si pensa, superando il timore che la propria idea non valga, che l’altro possa disapprovare o rimanerci male, che si cada necessariamente in un conflitto, ecc.;
  • Svelare i non detti di certe comunicazioni, che lasciano solo tensione, frustrazione, rancore o alte situazioni non costruttive e fastidiose;
  • Portare le persone ad assumersi la responsabilità di quello che dicono con leggerezza;
  • Usare dei “ponti”, dei passaggi intermedi per preparare la mente e/o le emozioni ad accogliere l’informazione dalla prospettiva corretta e senza pregiudizi o preoccupazioni;
  • Uscire dai ruoli precostituiti in cui certe persone mettono i loro interlocutori (“loro sanno la verità e gli altri devono apprendere”, “loro parlano e nessuno li deve interrompere”, ecc.)

 

Negli ultimi due anni abbiamo lavorato su questi temi, arrivando a sviluppare un metodo generale e 11 tecniche specifiche per sviluppare le modalità comunicative di una Talking Mind e, di conseguenza, supportare e rinforzare anche pensiero e relazioni.

talking mindPer una presentazione del metodo, la descrizione sintetica delle 11 tecniche e tutte le altre informazioni vai alla pagina dedicata alla Talking MIND.



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