I “boomerang comunicativi” e “lo specchio dell’autostima”, ovvero che cosa fanno veramente le persone quando parlano

Se chiedi a una persona perché stia dicendo quella specifica cosa proprio in quel preciso momento, la risposta tipica è molto spesso una variante tra queste: “per condividere”, “per informare gli altri”, “per sfogarmi” e così via. Ci sono alcune persone che ti guardano smarriti di fronte a questa domanda, perché non hanno idea della risposta, sanno solo che devono dirlo, che sentono questa necessità. Oppure ci sono persone che reagiscono arrabbiandosi, dicendo ad esempio “non ho più diritto di parlare liberamente?!”.

In ogni caso, diventa facile intuire che in questi meccanismi c’è qualcosa che non va per il verso giusto.

Quando raccontiamo una storia, prima di tutto, raccontiamo di noi stessi.

Il punto critico è che spesso non stiamo trasmettendo le informazioni e l’immagine che ci interessa mettere in risalto!

Quando siamo noi a dire frasi del genere, ci sembrano – ovviamente – ottime motivazioni. Quando le dicono gli altri, ci suonano strane e, almeno in parte, se non del tutto, poco sostenibili.

Noi o altri, chiunque fornisca queste spiegazioni, tendenzialmente le nobilita o le giustifica: d’altra parte “condividere” è qualcosa di bello e può essere inteso come un atto di generosità nei confronti degli altri. Allo stesso modo, se la persona si sta “sfogando”, pensa di averne tutto il diritto, perché pensa di aver affrontato stress e difficoltà molto superiori a quelle che gli altri normalmente affrontano (sicuramente vero secondo la propria personale prospettiva, più discutibile se si incrociano le realtà di diverse persone che la pensano allo stesso modo).

In realtà che cosa sta succedendo?

È abbastanza evidente che ogni volta che avviene una comunicazione, non stiamo solo condividendo, informando o sfogandoci. Visto che questi scambi sono quotidiani e alla base delle nostre relazioni, diventa importante approfondire il tema e riprendere il controllo di questi meccanismi a nostro vantaggio.

Questi scambi comunicativi o anche solo dei semplici pensieri tra noi stessi, che cosa ci dicono di interessante?

Per potere avere degli spunti interessanti e delle ricadute pratiche, innanzitutto, dobbiamo fare diverse ipotesi, in modo da non cadere in un pensiero auto-referenziale. In generale, esercitarsi a dare allo stesso evento differenti letture (meglio ancora se su più livelli), diventa un ottimo esercizio mentale, di auto-sviluppo e di comprensione profonda dell’altro.

Sviluppare consapevolezza e autocontrollo a questi livelli permette di avere immediati cambiamenti a livello relazionale e – sopratutto – di autostima, immagine di sé e abitudine a pensare e a percepirsi in un certo modo.

Dai boomerang comunicativi agli specchi dell’autostima

Partiamo dall’interazione con l’altro.

La prima domanda da porsi è: come vogliamo essere percepiti e come in realtà ci percepiscono gli altri?

Provocatoriamente, ma senza discostarci troppo dalla realtà, possiamo partire dal cogliere il confine tra alcune coppie di focus attentivo e di percezioni differenti tra chi parla e chi ascolta.

Per fare un primo semplice esempio, può capitare che una persona inondi di dettagli e informazioni il proprio interlocutore, magari con lo scopo di essere considerato una persona precisa, oppure perché teme di non essere stato preso in considerazione adeguatamente in passato.

Dal lato opposto l’interlocutore potrebbe effettivamente cogliere questi aspetti, ma nella maggior parte dei casi succede altro: chi ascolta potrebbe percepire i dettagli noiosi o fuori luogo in quel contesto, potrebbe essere di fretta o essere in molte altre condizioni contingenti o emotive che portano la sua percezione ben lontano da quello che desiderava chi sta parlando.

Di conseguenza, la persona che parla verrà etichettata come noiosa, dispersiva o poco rispettosa del tempo altrui. Il proprio sforzo è stato vano, anzi addirittura controproducente. Questa è quello che abbiamo definito un boomerang comunicativo.

Abbiamo fatto alcuni primi esempi incentrarti su una valutazione lucida da parte di chi parla, che si pone in modo volontario e cosciente l’obiettivo di essere percepito in un determinato modo.

In realtà il meccanismo è analogo anche per modalità meno consapevoli. Ci sono persone che hanno sviluppato una grande tendenza al controllo dei dettagli come forma per darsi auto-disciplina o per percepire un senso di controllo rispetto al mondo esterno o a quello emotivo. In questo caso lo scopo è implicito e rivolto verso di sé, ma comunque ci sarà un riscontro dal proprio ascoltatore che gli farà da specchio dell’autostima, rendendo vano il senso di auto-efficacia e frustrandolo su altri piani, ad esempio penalizzandolo nelle relazioni sociali o nelle opportunità di carriera. 

Vediamo di seguito alcuni esempi, ricordandoci che sono solo spunti su cui lavorare e da approfondire, non meccanismi lineari e chiavi di lettura univoche.

Il primo passaggio fondamentale consiste nell’accettare che questi schemi mentali e comunicativi sono umani, fanno parte di noi e del nostro modo di raccontare le storie e noi stessi.

Il grande passaggio evolutivo consiste nel non agire sempre nello stesso modo, ma usare questi schemi per conoscersi e migliorarsi, ampliando il proprio repertorio espressivo e comportamentale, dando forma a chi si è veramente.

Così come si è appreso nel tempo a usare certe modalità linguistiche e di pensiero per tutelarsi, per sorreggere l’autostima o per difendersi da relazioni disfunzionali (come genitori svalutanti, compagni aggressivi, o altri personaggi negativi del proprio passato), diventa fondamentale oggi recuperare la libertà di espressione e pensiero.

Infatti ogni volta che si rimette in atto lo stesso meccanismo lo si rinforza, a discapito di modalità libere e costruttive, adeguate alla nuova realtà. Ripetizione dopo ripetizioni si modificano anche il ricordo e la realtà percepita.

Si tratta di processi che avvengono in profondità, modificando le nostri reti neurali e addirittura l’espressione dei nostri geni. Questo significa che abbiamo di fronte un mezzo molto potente, che può essere usato in modo disfunzionale (rinforzando e peggiorando l’immagine di sé e il senso di auto-efficacia percepita) oppure in modo sano ed evolutivo, per essere noi stessi al nostro massimo di espressione e potenziale di pensiero ed azione. 

Specchi puliti (la prospettiva esterna)

L’immagine che vorremmo avere di noi stessi, oltre ad essere già frutto di una distorsione in partenza, viene poi ulteriormente riprocessata nella relazione in termini di non efficacia. Può trattarsi di una valutazione più o meno consapevole, ma alla fine si percepisce sempre che non si è ottenuto il risultato “come vorrei apparire”, ma una reazione differente, sempre con implicazioni negative sull’immagine di sé.

Inoltre, possiamo anche allargare lo sguardo e vedere che questa distorsione si colloca tra la frustrazione emotiva nell’immediato (il fallimento nel raggiungere il proprio obiettivo) e le difficoltà relazionali conseguenti (incomprensioni, tensioni, conflitti, ecc.).

Riportiamo per ora il nostro focus attentivo sulla questione auto-stima. Le reazioni dell’altro spesso vengono dissimulate per gentilezza o per ruolo, ma basta una minima attenzione per cogliere un feedback distonico. Anche in questo caso non è corretto interpretare in modo lineare e corretto le reazioni altrui, ci sono tanti motivi che non sono visibili e di cui non siamo a conoscenza. Magari la persona è in ritardo, oppure ha mal di stomaco, magari ha un problema economico urgente, quindi il tema che gli viene proposto è di suo interesse, ma non è il momento giusto.

Quando si lavora con le coppie affettive o quelle familiari é ogni volta sorprendente vedere come entrambi interpretino le reazione altrui sempre a livello personale (ad es. “è sempre in ritardo perché non mi stima”, oppure “non gli interessa quello che ho da dire, che per me è fondamentale”) senza minimamente prendere in considerazione aspetti contingenti di organizzazione, l’assenza di reciprocità o il fatto che il comportamento criticato nell’altro è spesso la reazione alla reiterazione continua del proprio schema (ad es. non ascolta più perché gli viene ripetuto decine di volte al giorno, non mostra affetto perché quando l’ha fatto non ha avuto riscontri, ecc.).

Su questo ultimo punto si può facilmente cadere nell’errore di continuare a spostare la colpa da uno soggetto all’altro. Diventa, invece, più costruttivo guardare alla narrativa complessa dei due soggetti, come quello che succede quando in un film o in un romanzo si vedono le storie di due personaggi separati, poi il momento dell’incontro e poi quello che succede ad entrambi quando si separano, il tutto con gli occhi oggettivi dello spettatore neutrale, non con le interpretazioni dell’altro protagonista.

Cosa fare – qualche spunto operativo

Prima di tutto è fondamentale accettare che questi meccanismi sono umani e riguardano tutti noi.

Fatta questa premessa è utile considerare che qualche piccola sofferenza emotiva, con l’obiettivo di migliorare sé stessi e far stare meglio gli altri, può essere utile. A tale proposito bisogna considerare che i vecchi schemi che vengono messi in atto regolarmente portano ancora più sofferenza e non vanno nella direzione desiderata, anzi spesso in quella opposta.

La prima forma di allenamento consiste nel cercare di leggere su più livelli gli scambi comunicativi e i pensieri sia dal nostro punto di vista che da quello altrui.

Il passaggi successivo è quello di provare, almeno ogni tanto, a non dire quella cosa o a dirla non modo diverso.

Un esempio apparentemente contro-intuitivo è quello di provare a tenersi per sé la soddisfazione (ad esempio di un successo lavorativo) e godersela così ancora di più e in modo pulito, anziché cercare gratificazioni indirette da parte degli altri mascherate da condivisione.

È anche possibile darsi un tempo massimo di efficacia per certi pensieri o comunicazioni. Ad esempio, 5 minuti di sfogo possono bastare al fine di scaricare la tensione, poi si inizia a parlare di altro o anche dello stesso problema, ma solo in termini di soluzioni e senza ulteriori critiche o lamentele.

Un altro spunto riguarda la possibilità di stare più attenti ai feedback qualitativi dell’altro, senza chiedere a parole se sono interessati (di solito per cortesia diranno di sì) ma guardando quanto sono irrequieti, quanto cominciano a non parlare più per frasi complete ma a dire solo monosillabi e vocalizzi di commento (come ahh, uhm, ok, ecc.), notando che non ci guardano più negli occhi, e altri segnali che indicano un distacco dalla relazione.

L’ultimo spunto è quello di allargare la prospettiva temporale. Ci vuole tanta attenzione al momento specifico quanta ai minuti, le ore e gli anni precedenti dei nostri scambi. Non è possibile giudicare il protagonista di un romanzo aprendo un libro e leggendo una pagina a caso senza conoscere cosa è successo prima.

A cura di Fabio Sinibaldi e Sara Achilli – fondatori e direttori dei centri di ricerca e sviluppo Real Way of Life (Italia – UK)

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