Le Posture fuori luogo: capire gli altri attraverso i flussi di postura ed emozioni

Durante i periodi di vacanza si ha l’opportunità di avere più tempo per osservare gli altri. Non solo, c’è anche la possibilità di vedere molte persone in contesti non abituali. Infatti, si passa molto tempo in spiaggia, in montagna o in giro per le città. In ogni caso siamo lontano dai classici ambienti in cui si vive e lavora.

Si tratta, quindi, di condizioni ideali in cui apprendere e sviluppare nuove abilità di osservazione.

Vediamo di seguito 3 esempi e 3 spunti applicativi, continua a leggere 🙂

Analizziamo in questo articolo la possibilità di applicare, con grande facilità e in molte occasioni, la strategia delle Posture-Fuori-Luogo. Il modo in cui modifichiamo (oppure teniamo fissa) una postura, rientra nei Flussi di adattamento (tra cui anche quelli ideativi, comunicativi, motorii, relazionali, ecc.), collocati nel quinto livello degli Switch del cambiamento. Possono essere anche considerati e trattati come parte della fase di Modulazione o delle Pre-Condizioni nel modello degli Schemi Funzionali Integrativi.

La strategia delle Posture-Fuori-Luogo è una tecnica di osservazione, nata inizialmente per gioco, ma che mi sono reso conto essere di grande utilità.

L’idea di base è semplice: guardare una persona, facendo particolare attenzione alla sua postura o al suo modo di muoversi e, conseguentemente, provare a immaginarsi in quale situazione sarebbe perfettamente adeguata.

Spesso, infatti, il corpo mantiene posture non più utili anche quando un evento problematico o stressante è finito. In altri casi vengono mantenuti schemi di riposta (di adattamento, motorii o difensivi) in modo generalizzato e non mirato per lo specifico evento o contesto.

Individuare questi schemi ci può essere molto utile a inquadrare correttamente una situazione, i vissuti della persona e, di conseguenza, capire in che modo concreto agire per aiutarla fin dal principio.

Esempio 1

Vediamo un esempio reale, che mi ha colpito nei giorni scorsi.

In spiaggia vedo una ragazza, sui 30 anni, seduta su una sedia pieghevole posizionata sotto l’ombrellone. Sembrava molto tesa, per nulla a suo agio.

Guardando bene mi colpiscono:

  • gli occhi sgranati, la testa protesa in avanti, il volto pallido;
  • Gli avambracci aderenti ai braccioli e le spalle irrigidite e un po’ in avanti;
  • Le mani strette sulle punte dei braccioli, come se fosse fondamentale non doversi staccare da quella sedia per nessun motivo;
  • Le ginocchia strette vicine tra loro e i piedi, invece, con le caviglie distanti e con le punte verso l’interno.

L’insieme di questi dettagli (ci vuole più tempo a leggerli qui per iscritto che a vederli!) mi ha spinto subito ad immaginarla su un aereo durante una turbolenza. Mostrava la tipica reazione di una persona che sta volando per la prima volta e salita già con una gran paura.

Un primo spunto applicativo

Con questo sistema stiamo sfruttando la nostra immaginazione per capire quanto l’attivazione corporea e i vissuti di un persona siano “fuori luogo” in senso letterale, ovvero che non siano tipici e adeguati al contesto esterno.

Questo può avere diversi motivi: essere l’effetto di ACEs, traumi, stress cronico o apprendimenti impliciti.

In ogni caso non dobbiamo confondere la nostra fantasia con una diagnosi. Piuttosto la nostra immaginazione rappresenta un metodo per empatizzare con la sofferenza della persona ed eventualmente trovare una via “dal basso (che parte dal corpo) per aiutarla, almeno in parte, a stare meglio in quella situazione. Infatti, è esperienza comune che dire a una persona “rilassati” (approccio “dall’alto”) di solito non funziona e, anzi, innervosisce ulteriormente chi se lo sente dire.

Vediamo di seguito qualche altro esempio e spunto applicativo.

Esempio 2

Sempre in spiaggia (ma potrebbe succedere anche in un prato in collina o nei tavolini di un bar in città), si possono vedere persone sedute su una sedia o una sdraio, sprofondate, quasi “incastrate dentro”. Hanno la schiena ricurva, come fosse una parabola o un grande cucchiaio.

In questo caso – differentemente dal precedente – non c’è tensione muscolare, non sono le spalle ad essere in avanti, piuttosto è come se gli avessero messo una mano al centro del petto e spinto indietro e loro, come se il corpo fosse fatto di argilla plasmabile, avessero preso quella forma passivamente. Le mani sono in grembo, che si tengono a vicenda.

Un’altra caratteristica tipica di queste persone è lo sguardo, con la testa un po’ ruotata verso il basso con gli occhi che si muovono velocemente, continuando ad ispezionare lo spazio circostante.

Con la tecnica della posture-fuori-luogo l’immaginazione mi porta, per analogia, a immaginare un’animale ferito o impaurito dentro la tana, che guarda fuori alla ricerca della conferma che il pericolo è passato o il nemico se n’è andato.

Secondo spunto applicativo

Questo secondo esempio ci aiuta, confrontandolo con il precedente, ad indagare due tipi di paure diverse e differenti strategie per affrontarli:

  • Irrigidimento VS Rilascio muscolare
  • Blocco del respiro VS Ansimare
  • Immobilità VS Ritiro
  • Focus su di sé VS sull’esterno
  • Mancanza di risorse VS Mancanza di indizi
  • Ecc.

Si tratta di dimensioni esperienziali, molto utili da discutere e, soprattutto, su cui agire attraverso il recupero di modalità attive di recuperare il controllo e la sicurezza (sia interni che esterni).

Esempio 3

Questa postura può essere osservata in persone che camminano o ferme a parlare di fronte a qualcuno.

Le spalle sono basse, come se stesse tenendo in mano due borse della spesa o due valige pesanti. Coerentemente con questa immagine, le braccia sono allargate e le mani strette a pugno, per non far cadere l’oggetto che si sta sostenendo.

Gli occhi sono un po’ chiusi, come a quando dal buio di una galleria si torna alla luce. Le mandibole serrate.

Le gambe sono allargate: se la persona è ferma in piedi, la persona è un po’ inclinata in avanti e protesa verso l’alto; se sta camminando, invece, appare molto sbilanciata in avanti e quasi schiacciata verso il basso.

Già il modo di definire la postura ci ha portati ad immaginarla in altri contesti, con la spesa o le valige in mano, quindi in situazioni di sofferenza fisica e di carico delle braccia, che nella condizioni reale non sussistono. Quindi è già una postura-fuori-luogo.

Comunque, possiamo fare un ulteriore salto con la mente e immaginare la persona come un combattente che va incontro allo sfidante e vuole intimorirlo già al primo sguardo.

Terzo spunto applicativo

Quando notate una configurazione di questo genere, potete sfruttare la forza dei dettagli. Infatti le piccole cose spesso non sono consapevoli e, di contro, quando messe in evidenza, hanno un grande potere. Possono infatti essere accettate senza sentirsi giudicati, possono essere modificate facilmente, con scarso sforzo, ma un buon effetto di biofeedback.

Ad esempio tante persone tengono il pugno stretto in situazioni fuori luogo: mentre mangiano (con la mano opposta a quella con cui tengono la posata), mentre parlano al telefono o mentre pensano di fronte al computer in attesa di ispirazione.

Quasi nessuno ne è consapevole e, quando lo si fa notare, rimangono stupiti. Gli si può proporre di analizzare i “fuori-luogo differenti”, per notare se avviene sempre (iperattivazione o meccanismo di adattamento ormai generalizzato) o solo in specifici contesti (individuando così i fattori di sensibilità), ad esempio durante i pranzi di lavoro ma non a casa, con le figure di potere ma non con gli amici e con i colleghi, ecc.

Inoltre, si può proporre di rilassare la mano appena si nota la contrazione, in modo da indebolire l’automatismo e ottenere un primo biofeedback verso la fisiologia.

Buona osservazione e sperimentazione!!

 



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